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La storia della principessa bianca (Stefagna con la “gn)

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Autobiografia Astrologica –

Un antico racconto che mi richiama al mito di Persefone e l’inizazione da bambina a donna. In ognuno di noi a livello diverso si susseguono continue tappe evolutive di passaggio , crescita e distacco dal passato e l’infanzia.

Un tempo, all’incirca all’età di 24 – 25 anni, nei miei lavori teatrali di “ricerca del “personaggio”, avevo scritto questo racconto in cui venivano visti due personaggi femminili, opposti ma complementari. Due parti di me una di fronte all’altra, emerse da ricordi e drammatizzati grazie alla scrittura, la favola e il teatro.

E’ terapeutico trovare il o i nostri personaggi e miti interiori e farli danzare con noi, in una danza, un racconto, un quadro, o un simbolo che ci permetta di poterli vedere con più distacco, e magari, riderci anche, abbracciandoli teneramente.

 

LA PRINCIPESSA BIANCA

 

C’era una volta in un regno lontano una principessa bella come non se ne erano mai viste, ma nel senso proprio che nessuno l’aveva mai vista. Tutti sapevano della sua esistenza ma nessuno aveva mai osato avvicinarsi al suo castello.

La principessa viveva in un castello fatto di cristallo sola in compagnia di animali bianchi, conigli bianchi, gatti bianchi, ermellini bianchi, cigni bianchi e un pesciolino bianco. Dall’ultima torre del castello la fanciulla poteva guardare tutto il Regno, aveva un grande binocolo bianco posizionato nel punto più alto della torre; con il suo binocolo controllava il mondo fuori e sperava che prima o poi qualcuno sarebbe arrivato, un principe davvero valoroso avrebbe trovato la strada, e lei lo aspettava.

Ma un giorno come un altro notò qualcosa di strano. Non era un principe quello che vedeva correre nel suo roseto bianco,no era una strana sagoma, un misto tra un buffo giullare ed una donna mal riuscita . Era la prima volta che qualcuno entrava nel suo Regno. La principessa lo guardò con attenzione dall’alto della sua torre ; quella strana creatura faceva le capriole sul suo pavimento di ghiaccio e poi staccava i petali dalle sue rose bianche ad uno ad uno e li faceva volare in cielo, poi con calma li calpestava fino a sgualcirli, fino a ridurli in poltiglia.

 

Stefagna si appoggia al mio tavolo, parla e gesticola, si muove avanti e indietro con la schiena, poi con la mano tocca le perline blu attaccate al gabbiano in legno nella mia cameran che ho dipinto a Natale quando nevicava. Se si tira la cordicina il gabbiano muove le ali e le perline tra di loro tintinnano, tintinnano piano, bisogna avvicinare l’orecchio perchè si sentano e quando viene il tramonto gli ultimi raggi di sole vanno a colpire le perline e la mia stanza s’illumina di raggi come se il sole lo avessi portato in casa. “Fai piano per favore ” dico a Stefagna che tira con forza la cordicina del gabbiano.

“Mi sono stancata, non posso toccare niente . La prossima volta vieni tu a casa mia!!”. Questa volta è arrabbiata, ha il broncio. Magari ha ragione, lei è sempre qui a casa mia ed io non sono mai voluta andare da lei. Dice che così non siamo pari. “Va bene vengo, domani, si forse domani…”. Non so il motivo ma ho paura. Ho paura di andare a casa sua. Non poteva continuare tutto come sempre..qui nella mia camera?

Sospiro mentre dal terrazzino che ho davanti alla mia scrivania, arriva il profumo del glicine e del sapone da bucato nelle lenzuola stese al sole. Il vento le muove, ed è l’inica cosa che si agita in questo pomeriggio d’aprile.

Eccomi, il gran giorno, varco la porta, un passo, un altro passo lento: sono qui, sono arrivata dentro la casa di Stefagna.

Subito odore di rosmarino e cipolla che pare provenga dalla cucina, ma no, forse arriva dal balcone di fianco in cui c’è un tendone verde sgualcito e un bambino che urla. Stefagna mi prende per un braccio e mi tira, sono rimasta bloccata sulla porta, intanto mi urta anche un ragazzo alto e un’ondata di fumo mi va nel naso e si mischia a quella sempre più forte del rosmarino e della cipolla di cui ora sento il friggere, da lontano, mi pare, ” E’mio fratello, è un ricoglionito. CRETINO guarda dove vai!!!!” Gli urla mentre gli tira una manata, subito seguita una sberla più forte che è lui a tirare a lei. Indietreggio nel corridoio di spalle e urto qualcosa di morbido e caldo e da questa cosa morbida e calda esce un odore simile alle arancie appena sbucciate e all’acqua di colonia che usava mio papà quand’ero bambina. Viene da un seno enorme; io guardo quel seno che si vede, non può non vedersi perchè è straripante e fiero di esserlo sotto quella vestaglietta misto fiori d’autunno che è proprio brutta ma a me pare d’un tratto così bella sopra quella donna bassa e grassa come se ne vedono poche. Forse mi viene da svenire mentre quella donna, la mamma di Stefagna, mi tira un forte pizzicotto sulla guancia e mi porta in cucina. Lì la mia guancia già rossa avvampa ancora di più alla vista di altre donne con la stessa orrenda bellissima vestaglietta a fiori che ridono rumorose con i loro seni enormi e i loro sederi mentre mangiano una torta di mele appena uscita dal forno che profuma più del rosmarino e la cipolla che sta soffriggendo in una pentola, più delle grandi tette della mamma di Stefagna che sanno di acqua di cologna e d’arancia, e tutte insieme quelle donne ora mi vengono incontro.

” Che bella l’amica di Stefagna, che dolce, che cara, prendi una fetta di torta, prendi cara, non fare complimenti! Prendi cara, prendi davvero, no.. non puoi dire di no… E’ fatta in casa, senti ci abbiamo messo anche la cannella, e i chiodi di garofano…” Parlano tutte insieme, mi assordano, ma dov’è Stefagna, perchè mi ha mollato qui, io vorrei quella torta davvero, ma la cannella.. davvero la cannella mi dà la nausea è troppo forte, ma come faccio a dirglielo, i chiodi di garofano, sento già l’odore insieme alla cipolla che è tornata a friggere , si lo so sono magra, si lo so è fatta in casa ,si lo so è davvero buona, si e va bene grazie. Prendo la fetta di torta in mano, è enorme , cala il silenzio che è quasi religioso, sono tutte lì con la loro bocca spalancata ad aspettare che io dia il primo morso,ma ecco Stefagna entrare nella cucina e portarmi in camera sua di corsa.

 

La principessa laggiù nel suo castello di cristallo mangiava solo cose bianche; a colazione latte e meringa, a pranzo riso col petto di pollo, la sera una palla di neve con pezzetti di cocco, ed era vestita con un con un abito fatto di confetti.Bianchi.

 

Non ci sono giocattoli nella stanza di Stefagna, non ci sono orsetti di peluche, non ci sono colori rosa o azzurri. Non c’è niente che mi possa tranquillizzare nella sua stanza; una crepa sul muro che scende dritta fino al pavimento, e accanto un poster con un ragazzo pieno di borchie e metallo con un ghigno strano. Stefagna è chinata che fruga in un baule, continuo a sentire risate forti dalla cucina ed un rumore assordante di batteria che proviene dalla stanza del fratello mentre stanno suonando già da un po’ alla porta e nessuno va ad aprire.

” Ti piace il mio primo reggiseno? Tu ce l’hai un R E G G I S E N O???” Mi spalanca gli occhi addosso e tiene in mano quell’oggetto di biancheria che fino ad ora avevo visto solo maneggiare da mia madre senza dargli importanza, ma lì nelle sue mani, non sembra un reggiseno, forse non lo è, è un talismano, è un talismano prezioso dai poteri straordinari che lei tiene in mano e mi mostra come il più grande segreto della terra. Lei è in possesso del più grande segreto della terra! Sono quasi felice di poter vedere quel segreto, ma un attimo dopo quell’oggetto misterioso mi acceca, mi dà fastidio agli occhi, mi dà anche la nausea. Mi volto a guardare fuori dalla finestra, nuvole bianche, care nuvole bianche, che bello che ci siate sempre lì nel cielo.

E dalla porta continuano a suonare il campanello. Lei mi urta la spalla- bum- perdo l’equilibrio, mi devo appoggiare al letto, ” ARRIVO !!!!!!!!!!!!! ” urla ancora, poi tira due pugni decisi sul muro, “CRETINO vai tu no?!!!! Vaiiiiiiiiii!!

Il suono della batteria si ferma un istante solo, poi riprende ” Va a farti fottere!!!!!!!!!!!!!”, Stefagna tira un altro pugno sul muro, dall’altra parte un colpo ancora più forte sui piatti della batteria e corre ad aprire la porta. Dal corridoio schiamazzi , voci di ragazzi, voci di alieni, folate di fumo, odore di patatine fritte, la risata di Stafagna, una risata diversa, sembra un fringuello, ha degli acuti e poi dei soffocamenti, cosa le stanno facendo, non vado a vedere, rimango ferma. La porta sbatte di nuovo, poi dal muro di fianco ancora la batteria, a altre urla. Stefagna riappare sulla porta, è rossa in viso, ma non come dopo una corsa, è un colore diverso, ed i suoi occhi, non li avevo mai visti brillare in quel modo strano. ” Non la mangi la torta?? Te la posso mangiare io?” mi dice.

La prende e con la sua bocca rapida fa cadere un sacco di briciole sul pavimento.

“driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin” Suonano ancora alla porta. La batteria è ancora più assordante mentre si sovrappone ad una vecchia canzone napoletana che viene dalla cucina.

Stefagna mi guarda con un sorriso strano,

” Vai tu ad aprire? ” Io??? Perchè dovrei andare io?!? Questo è il colmo, questa è una casa dove sono tutti matti, ma sua madre non può aprire lei? Stefagna mi fissa con i suoi occhi neri come l’inchiostro, sembra un animale selvatico pronto all’attacco. Continuano a suonare sempre più forte dalla porta, dal muro di fianco un botto, Stefagna ne tira uno ancora più forte e ride. “Allora vai, di che hai paura?” C’è qualcosa di terribile nel suo sguardo, la luce gialla di un gatto davanti alla preda.

 

E fu in quel momento che la terra sulla quale la principessa camminava cominciò a tremare e le radici di un grande albero iniziarono ad espandersi , i rami iniziarono a tirarle il vestito bianco da più direzioni mentre la sollevavano in alto verso i frutti proibiti appesi nel ramo più in alto.

 

Mi tremano le gambe, me ne accorgo appena mi alzo; in fondo cosa ci vuole ad andare ad aprire una porta, chissà perchè mi sale un nodo alla gola e mi sembra che tutta la stanza mi giri intorno . Sento anche il battito del mio cuore oltre al campanello e alla batteria . Non sopporto più niente ora che sono nel corridoio con le risate grasse di quelle donne dalla cucina che sembra stiano dando una festa; respiro, deglutisco la saliva,allungo la mano, apro la porta, ecco ce l’ho fatta ho aperto la porta.(..) Di colpo non sento più niente, nel senso che il mio corpo ora è diventato aria, è un attimo, non so cosa sia, non lo so proprio, ma non lo sento più e gravito nelle orbite di quegli occhi azzurri che mi sono trovata davanti, non riesco a staccarmi da quel viso di cui, come un pianeta, seguo le sue ombre e m’ipnotizza come niente fino a quel momento mi aveva mai ipnotizzato.

” Ciao ” la sua voce interrompe il mio volo, non rispondo, ho perso l’uso tutte le parti del mio corpo ” Mi fai passare” , mi sposto, ” sei un’amica di Stefania? Ciao io sono Mirco, ”

Non rispondo e non gli dò la mano. Rimango ferma nel corridoio. Lui vede che sto zitta alza le spalle ed entra nell’altra stanza. Ritorno a respirare, riprendo a sentire il mio corpo che è tornato a terra, risento gli odori della casa, adoro quella vecchia canzone napoletana dalla cucina che mi solletica l’orecchio ed ora passa sopra a tutto il resto . I miei occhi ora brillano come quelli di Stefagna e le mie guance sono rosse ma non come dopo una corsa in bicicletta.

” L’hai visto com’è figo Mirco? Io lo aspetto tutti i pomeriggi, ma mio fratello non vuole che ci parli, sai fa il geloso però io ci parlo di nascosto ” ride, ride forte, ride così forte che sono inghiottita dalla sua risata.

La prima volta che avevo visto Stefagna era stato da dietro. Ero entrata nel bagno della scuola e ho visto una testa di capelli neri sparsi nel lavandino, era lei; parlava da sola, piagnucolava, urlava,imprecava; aveva una cicca attaccata nei capelli e cercava in tutti modi di staccarsela ma i capelli si intricavano sempre di più. Si è girata e mi ha visto lì immobile ad osservarla con il mio cerchietto rosa e il mio sorriso imbarazzato, i suoi occhi scuri tutti pieni di lacrime con il trucco nero che colava mi mettevano a disagio. “Aiutami , aiutami, no? Quegli stronzi guarda cosa mi hanno fatto!!!”

Mi ero avvicinata e ho toccato quella cicca, ” Non c’ è niente da fare” le ho risposto, ” Devi tagliarli.”

Lei non mi ha naeanche guardato in faccia, ha sbuffato ed è uscita di corsa . Il giorno dopo è tornata a scuola con i capelli corti, neri e corti come quelli di un maschiaccio si è avvicinata e mi ha detto, ” Comunque io sono Stefagna, con la “gn” mi raccomando, perchè sbagliano tutti con il mio nome” ed ancora era scappata via.

” No, non mi piace Mirco, non mi piace affatto” dico e mi faccio scivolare su un dito una briciola di torta ” Ha qualcosa di rozzo, masticava una gomma “. Stefagna sgrana gli occhi e ride, ” Peccato, aveva visto la nostra foto di fine anno, e ha detto che sei la più carina della classe.. Dai !!! Andiamo di là!! ”

Mi afferra, ancora prima che possa rispondere mi trovo nella stanza del fratello di Stefagna, e ho tutti i suoi amici intorno.

” Vuoi ballare? Oh dico a te , non ti girare dall’altra parte, dai balliamo !!” E’ lui. Mirco. Con quegl’occhi che non riesco a guardare senza distogliere lo sguardo, mentre la musica è fortissima, ma è musica?

 

Era una musica che lei mai aveva udito, anche perchè lei mai aveva udito musica nel suo castello di cristallo. Quei suoni sconosciuti ora non le andavano solo alle orecchie, ma andavano a depositarsi nella pancia,nei peli delle braccia, che biondi e leggeri si muovevano come attirati da una calamita e inondavano di brividi tutto il corpo, nella testa , negli occhi, nelle mani, se come se lei ora fosse diventata la musica stessa.

 

Non ho mai sentito niente di simile, e la batteria ora che ce l’ho qui con ogni colpo mi va nello stomaco ” Dai balliamo, dai vieni su!!” Stefagna urla, conosce benissimo questa canzone che è di uno che urla come un matto più ancora di lei e tutti urlano e si mettono a saltare sul vecchio parquet che è già rovinato e strisciato ovunque ed ora scricchiola anche e penso’ora lo sfondano da un momento all’altro’ . Mirco mi passa una bottiglia di birra ed io non ho mai bevuto una birra, così la tengo in mano e non so dove appoggiarla ” dai balliamo, BALLIAMO, SALTIAMO..!!!” sento la sua mano che tocca la mia mano, sento la mia faccia che si modifica, si modifica sempre di più, succede una cosa inspiegabile, incredibile, per la prima volta io rido.

Si non avevo mai riso, riso davvero, avevo sempre sorriso,e sorridere è diverso da ridere; sorriso negli ascensori quando mi salutavano , sorriso ai complimenti dei parenti, sorriso ai professori in classe, sorriso, quando mi chiedevano ” Ti diverti?” io rispondevo si e sorridevo,” Sei felice ?” io rispondevo si e sorridevo.

Ora invece inizio davvero a ridere, ridere, ridere, RIDERE , come mai avevo fatto, con il corpo che segue la mia risata, con le lacrime agli occhi, e sono costretta a piegarmi, e sono costretta a seguire quella risata senza poter fare più niente, senza poter comandare io, no, questa volta no, non posso più comandare io è lei che comanda , e come comanda mio Dio, come comanda mentre ora dalla bocca mi iniziano ad uscire i suoni più strani e poi iniziano ad uscire colori,colori mai visti prima che fluiscono dal mio palato, non posso fermarli, ne escono sempre di più e galleggiano nell’aria scontrandosi con le nuvole di fumo, e con le bollicine sparse sul pavimento della birra che ho rovesciato, sugli occhi di Mirco, ora planano sulla sua bocca e poi vanno anche nella risata di Stefagna che è un fringuello, ed escono dalla finestra aperta mischiandosi agli urli delle rondini e ai bambini che giocano nel cortile proprio lì sotto e tutti insieme questi colori in un attimo entrano in un palloncino bianco che vola nel cielo, vola, vola,lo guardo sempre più in alto, lo guardo e smetto di ridere, lo guardo e ‘bum’ scoppia, di colpo , scoppia e non rimane più niente.

Mi fermo di colpo . Mi siedo in mezzo alla stanza, l’incantesimo è finito. Mi gira la testa, sono sul letto, nessuno si accorge di me ora.

 

La principessa era bianca dalla paura, ancora più bianca del suo vestito di confetti, tutti i rami la circondavano e la stringevano, lei si trovò davanti quel frutto prelibato ma non lo prese perchè il suo stomaco si era chiuso e il suo vestito era rovinato. Non lo volle più mangiare . Il profumo forte di quello strano frutto era qualcosa che non aveva mai sentito, non esisteva niente del genere nel suo castello. Ora desiderava solo il suo cuscino di piume bianche dove poter chiudere gli occhi.

 

Mirco mi chiama, non lo sento, Mirco mi guarda, non lo vedo, Mirco si volta dall’altra parte e balla con Stefagna, stanno ridendo ma io non vedo più colori. L’odore di cipolla che viene dalla cucina mi nausea. Tutto è diventato nero. Vedo solo nero.

Nel suo castello non c’era niente di nero, e la principessa era stata attenta per tutta la sua vita a non vederlo mai, ora era di fronte a lei e questo per la prima volta la paralizzava di terrore.

Ritorno nella camera di Stefagna. Sento nella stanza che hanno abbassato la musica. Ora chiaccherano.Penso che oggi non abbiamo studiato niente. Nella sua stanza chiudo le tende, il sole mi dà fastidio.

Stefagna apre la porta e viene da me , ” Cosa fai lì da sola? perchè non vieni di là? ” Qualcuno passa da dietro e le fa il solletico, forse Mirco, forse qualcun altro, ride, ride ancora più forte e diventa rossa. Ride così forte che si sente solo la sua risata, perchè ridi così, penso, è fastidiosa la tua risata, dovresti farti vedere dal medico per quello strano rantolo che compie la tua gola, non è sano, non è sano lo si sente, chiunque te lo potrebbe confermare, credimi, è davvero orribile.Invece sorrido, un bel sorriso dolce e aggraziato ” Si vengo subito non so perchè sono qui sola.”

 

Torno nella stanza di suo fratello . Ho gli occhi di tutti addosso al mio vestito verde mela. Mirco li spalanca azzurri ed io li abbasso su una pila di dischi per terra mentre ecco un rumore dal parquet del corridoio che scricchiola sotto pesanti tacchi e le canzoni napoletane arrivano più forti dalla porta della cucina che si è aperta.

 

E così ti guardo Stefagna.. Ti guardo e sento un’ultima volta la tua risata rauca, guardo le tue mani sporche di penna che si appoggiano sulla maglietta di Mirco e tua madre entra così veloce nella stanza che l’aria si muove, e con una mano grassa mi tocca la spalla per spostarmi perchè non ci passa tra me e i piatti della batteria mentre con l’altra mano sventaglia il tuo quaderno davanti a tutti. C’è una nota sul tuo quaderno, l’ennesima nota scritta addirittura con la penna rossa. Non volevo che tua madre la vedesse credimi, non volevo…. ma prima ero nella tua stanza e ti ho sentito ridere così ho aperto il tuo quaderno e ho guardato la nota. Era bella, dalla finestra l’ultimo raggio di sole la illuminava sulla scrivania, con quella penna rossa nel centro della pagina.

Ma era un ricamo o una nota? Io non ne ho mai ricevute di note, perchè forse con il mio viso d’angelo tutti hanno sempre pensato che non le meritassi, ma io avrei voluto riceverne anche una sola. Una nota è un segno d’attenzione nei tuoi confronti, ci hai mai pensato Stefagna? Ed ora nel centro di questa stanza hai tutta l’attenzione su di te, tutta ma non te ne accorgi nemmeno.

La musica rock si ferma cade il silenzio per la prima volta solo il canto di un usignolo dalla finestra . Vedo il quaderno nella mano di tua madre che ora volteggia nell’aria e finisce sulla tua guancia ‘spam ‘ e tu prima diventi rossa, poi quasi paonazza e poi dai tuoi occhi scendono lacrime grandi, così grandi che sembrano delle gocce di rugiada nei documentari sulla natura, e queste grandi gocce di rugiada cadono sul pavimento e a me pare che vadano ad allagare tutta la stanza. Tutta la stanza ricoperta della tue lacrime, sui dischi, sulla batteria, nelle bollicine della birra , fanno galleggiare i mozziconi delle sigarette e attutiscono gli urli di tua mamma che si mischiano ora a quelli di tuo fratello che ride, ride più forte di quanto tu mai sia riuscita a fare, ” Un’altra nota, un’altra nota!!! Eh no ragazzina ora ti meriti il castigo , il GASTIGO!!!!” . Chissà cos’è questo castigo io mi chiedo mentre nessuno fa più caso e me e Mirco e i suoi amici sono andati in cucina a mangiare la torta. Esci di corsa e ti infili in camera sbattendo la porta.

Rimango io Stefagna. Rimango lì in disparte e ho freddo perchè ormai sta calando il sole e il pomeriggio è finito.Voglio tornare a casa, voglio toccare la cordina del mio gabbiano con le perline che riflettono gli ultimi raggi di sole. Le ho attaccate apposta per portare il sole dentro la stanza e tutti i tramonti del mondo, sul mio tappeto rosso, insieme alla luce azzurra delle tende.

Apri piano la porta e ti vedo uscire e guardarmi. Abbasso gli occhi ancora una volta perchè i tuoi sono troppo scuri e non li riesco a guardare ora così gonfi ” Forse è meglio che vai a casa” mi dici, ” E’ meglio che vada si.”

Così è passato un pomeriggio e poi un altro e un altro ancora ed io non sono più andata a casa tua. ‘E’ per il castigo ‘ mi dici, ma un giorno ti ho telefonato e dalla cornetta ho udito ancora il rumore della batteria, e mi è anche parso di sentire l’odore di cipolla e di chiodi di garofano prima che mettessi giù, prima che mi ritrovassi nella mia camera con le perline blu, con quel profumo fresco di bucato, così pulito, troppo pulito, e quel silenzio così silenzioso da sembrare assordante che mi è scoppiato di colpo nella testa ,allora ho fatto una cosa che non crederai mai Stefagna; ho preso le perline che non volevo che tu toccassi perchè erano tanto delicate ricordi? Le ho sollevate in alto, più in alto che potevo. Sono rimasta lì, al centro della mia stanza, in punta di piedi con le perline in mano sopra la mia testa e poi ad una ad una le ho buttate a terra. Le ho viste sgretolarsi una dopo l’altra, e le ho sentite sgretolarsi e quel rumore era così bello, che ancora con più forza le ho schiacciate e ci sono andata sopra con i piedi, e ho saltato e ho urlato, ho urlato Stefagna per la prima volta ho urlato,l ‘avresti mai detto? E poi ho pianto, in silenzio sopra le perline rotte sparse sul pavimento mentre arrivava il tramonto e nessun sole ora si rifletteva più in quei vetrini blu per illuminare la mia stanza; la mia stanza ora valeva come un’altra, e per vedere il tramonto, quello vero, forse ora sarei dovuta uscire.

 

E fu così che il vestito bianco della principessa iniziò a diventare rosso, sempre più rosso, così rosso che il colore iniziò a colare giù sul pavimento e a sciogliere il vestito, iniziò a spargersi per le strade, e per i villaggi, e le colline di tutti i paesi vicini. E tutte le cose bianche che ne venivano toccate riprendevano il loro colore, mentre la principessa, nuda, senza più il suo abito bianco, sciolto ormai come acqua, si avvicinò scalza al grande cancello del Regno, chiuso da millenni con mille lucchetti, e finalmentee lo aprì .

 

Anna Elisa, gennaio 1999

 

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