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Il sentiero di Anna,

dicembre 2017

 

Notavo nelle mie riflessioni varie, come l’impring di impermanenza delle cose, di, chiamiamolo con una parola forte come può essere la parola “abbandono”, perduri nell’approccio a tutte le esperienze nella vita che si ritiene speciali, uniche e irripetibili.
Mi spiego meglio, mi trovo io tra i casi in cui nella mia infanzia ho perso tante case e tanti punti fermi, ho vissuto instabilità su più fronti, ho vissuto vacanze che non erano mai in un posto fisso, una famiglia che non è rimasta unita, un cambio di amicizie e scuole che mi hanno portato ogni volta a ricominciare tutto da capo. Insomma, era come ogni volta il giro di giostra mutasse, e ogni saluto, dalla bambina conosciuta un’estate, a un “ci vediamo domani”, era pervaso di un senso totale di perdita e aveva il sapore di un addio definitivo. E in effetti lo era. Perdevo ogni volta qualcosa. Per me dunque la famosa morte – trasformazione era solo morte e stop.

Ora sono grande e dopo tanti lavori su me stessa, pensavo di aver arginato molte delle conseguenze interiori, che in genere si hanno non avendo potuto costruire dei tasselli fermi e una base solida da cui partire, ma mi sono scoperta, nei confronti relazionali con persone che ho accanto nei miei affetti più vicini, ad avere ancora dentro questa modalità di percepire la vita. Quella che dice “Ora o mai più.”, quella che porta avanti parole come “Ci vuole il giusto tempismo, una sorta di urgenza, altrimenti niente”.. quella che diventa tutto questione di vita o morte, perché le sfumature devo ogni volta sforzarmi di vederle, e che quando sono in un posto bello o una situazione felice e si deve partire o la si deve lasciare, non mi basta la frase “ci torneremo l’inverno prossimo magari..”. No per me è ancora una volta un addio.. a questo luogo, a questo attimo che so non torneranno più. E ogni passaggio ciclico di cambiamento per me è ancora terrore e tormento, ogni mutamento o saluto, nella mia anima, sono come un qualcosa che va già nel ricordo.. e che chissà mai se rivedrò o rivivrò.

Chissà se questa caratteristica, che anche ho provato a maturare, mediare, sentire meno o in modo più consapevole, può essere invece accettata e considerata come la linfa della passione che metto nel vivere quel dato presente? Proprio perché so della sua preziosità, proprio perché so paradossalmente, quando sia vicina spesso alla sua fine.. morte..?

Chi vive meglio? Indubbiamente essendo dalla parte del viver drammatico, guardo con estrema sorpresa e incredulità, la calma invece (che a me pare freddezza e da cui mi faccio ferire), del mio contraltare opposto, delle persone che invece si distaccano delle cose con più facilità, senza il minimo sentore che non si possa non avere più nè ripetere quell’esperienza.
Se ne accorgono? La sentono? Se ne dispiacciono? Sono vivi? Eppure lo sono, quindi è possibile sentire di meno.
Una volta il mio analista mi disse “Non si può vivere sempre stare al mondo con le viscere scoperte..”, e quella frase, mi ritorna spesso. Ma ancora non sono riuscita totalmente a farla mia. Ancora c’è molta strada da fare.

Mi sono resa conto che nel vissuto “del mio opposto”, c’è qualcosa di fermo come una roccia, un luogo a cui tornare, ci sono stati forse dei riti famigliari che non sono mai mutati, delle cadenze che hanno potuto ripetersi nel tempo e quindi quasi fermarlo dalla sua corrosione, delle certezze a cui poter tornare. Una famosa base sicura, direbbe Winnicot, che ha formato dentro il nucleo della sicurezza emotiva. Apparenza? Famiglie che sono rimaste unite nella forma e non nella sostanza?
Non ha importanza.
Fatto sta che sono lì questi punti fermi… che per me è una cosa proprio di nuova acquisizione recente, e ci ho messo quei quarant’anni buoni e costruirli, e sono più interiori che esteriori, e mi fanno lentamente capire, che è vero a volte in un luogo ci si può tornare e alcune cose le si può lasciare senza ogni volta spezzarsi completamente.

Ancora faccio gran fatica, e penso di dover accettare che fa ancora parte di me questo senso di ineluttabile che mi accompagna, ma anche questo senso di assoluto nel cogliere la forza dell’opportunità quando la riconosco, che a volte è quella e va presa al volo, perché altrimenti corre via. L’altra metà opposta a me, spesso non se ne accorge subito.. o se ne accorge in differita… oppure se la lascia fuggir via, e questa forse è la sua modalità di essere in questa vita e la accetto.

Ognuno in effetti ha la sua, io so che prescindere dal mio lato drammatico è davvero molto difficile, ma è grazie a questo che ho imparato a sentire quanto sono importanti alcune cose a cui troppo spesso dò un valore fin troppo assoluto. Grandi cadute sì fanno con l’assoluto nel cuore è vero…. ma anche questo è un mistero che via via dipanando, e chissà se mai potrà trasformarsi in qualcosa che adesso non conosco.

 

Anna Elisa Albanese
Toro ascendente Scorpione, Saturno in Cancro in Casa VIII

 

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