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Autobiografia astrologica, racconto di un’estate.

Per molti anni ho vissuto una grande incapacità nel portare allo scoperto le mie emozioni, nel comunicare ciò che pensavo o sentivo, complice un timido Mercurio isolato, una grande presenza dell’elemento Acqua nel Tema Natale, Nettuno in Casa I, in opposizione a Venere, quadrato a Marte e trigono a Giove . La nebulosità e la tendenza Nettuniana all’essere in contatto con il mondo fantastico, l’idealizzazione e l’astrazione nell’immaginazione, che poi si tradurrà in seguito in una ricerca spirituale e di connessione con qualcosa d’altro rispetto al mio Io – da principio è stata vissuta per me attraverso l’esperienza  nel viaggio nei sentimenti e negli amori.

Solo con il tempo, ha preso una forma differente e ha potuto diventare una profondità differente con cui osservo e un modo sensibile di percepire il mondo. Nell’adolescenza e gioventù è stato un modo di essere che poco riconoscevo –  la vaghezza e la non chiarezza con cui io per prima mi ponevo verso la vita e gli eventi, riflettevano la mia paura a svelarmi e mostrarmi come essere umano completo e intero.

 

NEIL, L’UOMO VENUTO DALLA LUNA

 

Nell’estate del 1996 avevo ventun anni e camminavo nella spiaggia di Alghero con la dolcezza degli occhi ancora non appannati da troppe delusioni o ferite. L’infanzia e i suoi rancori silenziosi l’avevo voluta scordare e dipinta dal manto bianco e celeste di una morbida purezza d’animo,  mi muovevo ignara e volutamente al riparo anche dai miei stessi oscuri e più che mai sconosciuti misteri.

E’ stato in quei giorni docili e un po’ annoiati che ho conosciuto quell’amore che ti porta al cielo e poi ti ributta così senza pietà alcuna, in quello che chiamiamo comunemente inferno. Non ero preparata all’inferno, e se per questo, mai avevo conosciuto davvero nemmeno il paradiso.
Lui si chiamava Neil, mi aveva detto che sua mamma gli aveva dato quel nome pensando al primo uomo sulla luna e già su questo nome io costruivo nuvole rosa di zucchero e panna montata. Non era arrivato subito alla mia coscienza il fatto che lui mi piacesse – inizialmente lo guardavo con sospetto e circospezione, poi quello strano sentimento prese forma alle mie spalle molto tempo dopo.

In quell’estate vivevamo in una pineta, nel senso che avevamo “occupato” una zona selvaggia e totalmente nascosta agli occhi del mondo: la pineta di Alghero. In un misterioso e idealista ritorno agli anni ’70 in cui si cantava Janis Joplin e Bob Dylan come se fossero nostri amici contemporanei e in un miracolo che mai più si è ripetuto in tutte le estati della mia vita, un gruppo di persone si è trovata in sintonia e in polarità d’attrazione reciproca, come lo è il movimento dei pianeti nelle orbite o quello del mare intorno alle isole, che le circonda e protegge.

Noi eravamo un tutt’uno con il mondo intorno, con i nostri vent’anni racchiusi in una manciata di sabbia la mattina presto o in una nota di chitarra che suonavamo al tramonto o la notte davanti al nostro fuoco. Eravamo una piccola tribù, in tempi non sospetti in cui non sapevamo nulla di riti degli Indiani d’America o misteriosi cerchi sciamanici che vanno ora per la maggiore, ci ritrovavamo accrocchiati, uno accanto all’altro, nei tramonti e nelle mattine, nei silenzi e nella nostra meraviglia di stupore, ai nostri piedi solo sabbia e aghi di pino.
Neil si arrampicava sugli alberi, era minuto e portava una maglietta azzurra abbastanza stropicciata con anche qualche piccolo buco qua e là, ma sempre pulita. Se ne stava in silenzio anche per tempi molto lunghi, occhi scuri dalle lunga ciglia, poi in un guizzo come quello di un animale che vuole farsi riconoscere dal branco, faceva qualcosa di imprevedibile: saliva fino in alto su per i pini e trovava delle bellissime pigne con dentro grossi pinoli e con gli occhi del colore del bosco ci guardava in silenzio tornando a terra, o forse non tornandoci mai del tutto e offrendoceli in dono.

La notte che ci baciammo la prima volta fu la sorpresa, quella che ti coglie nella pancia come marea morbida e poi non ti lascia più. Era una notte calda di agosto e c’era molta luce. Doveva essere la luna a illuminare ma quella non la ricordo, perché non guardavo ancora così tanto il cielo sopra di me, ricordo invece quegli sprazzi molto chiari di bagliore dorato sulla sabbia che si facevano spazio tra le ombre dei pini. Tutto era pace, perché noi senza dircelo con parole eravamo andati via dal movimento festoso ed estivo di Alghero, ed eravamo tornati nella nostra pineta – la nostra casa. Gli altri nostri compagni di ventura erano rimasti a suonare nella piazza raccolti a cerchio con pubblico intorno, lo spettacolo di saltimbanchi che ogni notte allestivamo, io a quei tempi facevo i tarocchi per passione e le prime mappe natali, per terra sui miei teli colorati.

Noi, umani scalzi e perlati di sogno, mano nella mano senza parlare avevamo camminato sul sentiero di sabbia chiara che porta alla spiaggia, con quel senso di vertigine di quando stai per perderti e aspetti solo che questo accada, sai già che accadrà e non lo puoi fermare, perché sai che a quel punto è troppo tardi per tornare indietro. E’ troppo tardi per qualsiasi cosa.
I giorni successivi furono un “noi”.

Se tutto il resto del mondo continuava a girare nello stesso modo e la spiaggia era la stessa e nulla era cambiato intorno, noi scorgevamo tutto come fosse la prima volta.

Io mi specchiavo nei suoi occhi scuri, lui nelle mie ciglia imbiondite dal sole. Mi ricordo dei grandi silenzi, come se io non fossi dotata di parola, e per qualche strano motivo neppure lui. Suonava lo jambè con le sue mani veloci e quella era la sua lingua, andava sui trampoli nella piazza sorridente e poi tornava da me, mi si accucciava accanto minuto e minuscolo come un folletto e alla fine della sera senza confidarlo a nessuno ci avvicinavamo sempre di più alle stelle. Dormivano in una piccola tenda quando era libera o nei sacchi a pelo dove capitava nelle notti calde. Io non dormivo quasi per nulla, mi scoprivo a sentire i suoni della notte, il vento, il suo respiro. L’emozione costante e una felicità mai conosciuta prima, mi impedivano di prendere sonno e pace.
Quando incominciai ad intravedere le prime nuvole era già toppo tardi per impedire la sofferenza. Così ingenuamente mi ero lasciata cadere sul suo manto, così imprudente e non difesa avevo voluto saggiare tutta la mia vita, sentire il sangue dolce nelle vene, quel sangue sempre faticato da trovare, al confine labile tra i morti e vivi, io come Aurora – la bella principessa della Bella Addormentata nel bosco – cercavo ancora il mio ercolaio per pungermi. Lei per cadere addormentata ed io per tornare alla vita e ricordarmi di esistere.
Una notte scura come l’inferno, lui smise di essere con me.
Non lo fu più. Senza un motivo, senza una ragione, semplicemente frantumò con un taglio netto e senza chiedermi il permesso, la grande bolla che ci teneva raccolti, la pellicola trasparente che avvolgeva i nostri sorrisi. Se ne stava seduto su un pietra non tanto distante da me, silenzioso, impenetrabile come la roccia stessa e da lì non lo trovai più. Non servì cercarlo, anche se ero troppo orgogliosa e ferita per farlo, non servì il mio sguardo incredulo, non servì la mia sofferenza improvvisamente intrattenibile su tutto il mio corpo.

Non servì nulla.

A quel punto ero una stella che dipendeva dalle orbite impazzite di qualcun altro, e lo strappo dal cuore fu qualcosa di incommensurabile, forse più grande e più grande ancora, che in altri, perché io sentii tutto il peso di un universo inspiegabile che girava al di fuori di me e un’altra volta ancora nella mia vita io subii una decisione di qualcun altro, come mi era accaduto da sempre nell’infanzia.
Una decisione in cui la mia volontà e il mio dolore valeva poco o nulla. Per capriccio? Perché? Mi aveva mai amato un poco? Cosa voleva da me? Perché non mi voleva più ora? E cosa avevo fatto di sbagliato?

Ancora la mia identità era troppo fragile per poter anche solo esprimere a me stessa cosa mi stava accadendo. Ancora meno per poter chiedere spiegazioni a lui.
Il mio cielo si oscurò quella notte nella spiaggia desolata e desolante di Stintino, mentre suonavano tamburi e note e vino, e sapori dolci avvolgevano tutti quanti in una danza colorata, io saggiavo la puntura dell’ercolaio – ora ero viva si  –  forse cercavo proprio questo, il sentire la vita attraverso la morte. Un’altra piccola morte, caduta dal cielo come una meteorite non prevista, come un tunnel nero in mezzo ad una radura di girasoli.
Lui partì pochi giorni dopo, nessuna parola ci fece riavvicinare, io con il mio ghiaccio nel cuore troppo spaventata per cercare un contatto e troppo terrorizzata da un rifiuto me ne stetti nell’ombra a guardare la lontananza.

A sentire il sapore della lontananza.

A capire di che colore era, in ogni sua tonalità, come una sorta di esperienza sulla sopravvivenza umana guardavo fino a che punto potevo reggere tanta distanza, dopo aver sentito tanto vicinanza, e ancora e di più avanzavo fino a toccare i vertici della totale perdita della ragione passando nei luoghi che ci avevano unito e che ora valevano come un altro luogo qualunque di un qualsiasi posto dell’universo in cui mi sentivo una stella senza più luce. Mi avvicinavo a lui come si avvicina una vittima segnata alla condanna a morte, con una carica di desiderio infranto che chiunque da me trasformato in carnefice sarebbe scappato per il peso e l’importanza conferitogli.
Infatti lui scappò dal mio sguardo.
Ci siamo divisi senza più parlare, l’ho guardato allontanarsi nella nave la sera al tramonto, ho creduto che parlare non sarebbe servito a nulla, le parole in fondo, le mie, qualcuno le aveva mai ascoltate in passato?

E poi quanto tempo prima avevo smesso di parlare? Forse non si contavano più nemmeno gli anni.
Non sapevo parlare.

Ancora non sapevo parlare delle emozioni.

Sapevo solo sentirle, subirle, mio malgrado, e quella fu la prima volta che mi sovrastarono come un vulcano senza logica, ma mai uscirono dalla mia bocca, mai servirono a qualcosa, se non a spegnermi gli occhi ancora, se non a chiudere le mie ali rovinate come mille altre volte da bambina e così come ero abituata a fare senza dire nulla a nessuno, riposi un’altra pietra nel mio cuore, nel grande cerchio racchiuso nel mio piccolo petto, perché quello era l’unico modo che conoscevo per sopravvivere.

Conclusi ancora una volta con cocciutaggine e durezza che l’amore è pericoloso, che non bisogna mai aprire il cuore.. che si deve tenere celato e protetto ancora più di prima. Non sapevo allora, che dalla vita, altri amori più grandi sarebbero giunti, per frantumare in mille pezzettini la corazza che cercava di proteggermi – e di isolarmi dalla vera corrente della vita.

 

diari, estate 1996

Anna Elisa Albanese

1996, io e la tribù nella pineta 

 

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