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IL SENTIERO DOVE ANNA INCONTRA ROBERTO

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Giugno 2011:

ESTRATTI dalla tesi scuola di formazione Philo, specializzazione in Analisi Biografica ad Orientamento Filosofico

 

 

INTRODUZIONE 
Durante il mio percorso di formazione a Philo, mi sono trovata a sentire l’esigenza di un tirocinio-stage che mi avvicinasse e facesse entrare in prima persona nel mondo, per me nuovo, della cura dell’altro.Un nostro compagno di corso, Clemente Iannotta, fu il pioniere di questa mia esperienza, prendendo i contatti con la psichiatra e l’equipe di sostegno nello spazio So-stare, all’interno della Casa della Carità. Abbiamo proposto un lavoro volontario di collaborazione con l’ equipe, che permettesse a noi di sperimentarci, e a loro di conoscerci.

È nata come una semplice esperienza di raccolta biografica, più semplice per noi da proporre perché forse più pratica e vendibile per chi non sa dove collocarci come campo di interesse ( Analisti? Psicologi ? Consulenti ? Filosofi ?). Allo stesso tempo anche più nominabile e meno spaventoso, per la mia prima esperienza con un essere umano in carne ed ossa, e non un caso astratto letto nei libri, o ascoltato in aula da racconti di altri. Io stessa ho provato a interrogarmi durante questa esperienza con Roberto […] sulla mia identità lavorativa, ed ho piacevolmente scoperto che qualsiasi definizione ed etichetta è relativa, e forse anche non così importante rispetto all’esperienza da acquisire in ogni minuto nella realtà concreta dello sperimentarsi in prima persona[…] E così ho iniziato una serie di incontri settimanali con Roberto, proseguiti nel suo accompagnamento terapeutico per il successivo anno e mezzo, concluso con la restituzione biografica da parte mia della sua storia, ma che è stata solo uno dei numerosi strumenti usati insieme nel nostro cammino[…]
Ho scoperto dopo, solo alla fine, quando ho potuto gettare uno sguardo più distante e lucido all’intero percorso, che era successo l’impensabile: non solo io avevo fatto qualcosa di buono per Roberto, ma lui stesso mi ha permesso di guardarmi davvero in un altro modo e ha cambiato me[…]

 

 

Prima che arrivi primavera

Ricercare ora i dettagli dell’inizio di questa esperienza per me è molto difficile a posteriori. Ho tenuto accuratamente le registrazioni di tutte le parole di Roberto. Sono stata partecipe ai suoi racconti e silenzi, mi sono inoltrata nel territorio nuovo dove mi ha condotto e dove ci siamo lasciati condurre insieme, ma ora è come se mi avvicinassi con molta fatica al ricordo di dove e come stessi io in quel periodo.

Ho voluto non dar peso a me e al mio sentire in favore del suo (cosa affatto non casuale autobiograficamente parlando), fino a perdere a mano a mano i ritagli di appunti fatti nel mio tragitto in metropolitana e disseminare dettagli importanti, visioni e collegamenti estemporanei con la mia vita che giungevano miracolosamente in quella strada lunga all’incirca un’oretta (non è forse il tempo di una seduta?). Quel tempo per me è stato prezioso ma ora ne ho smarrito le tracce. Io che conservo tutto del mio passato lontano, come bagaglio fin troppo pesante, ora non ritrovo me nell’immediato tempo appena trascorso.

Eppure sono sostata nel tempo del viaggio, del mio rito settimanale e del giungere a, è stato il mio luogo di attesa, sosta e preparazione all’incontro. Il mio spazio vuoto: “Sapevo che il cammino era in me, in un dentro molto prossimo al corpo, molto distante dal carattere, in un’intimità con me che andava oltre me, e volevo coltivare questa intimità in un luogo quotidiano, ordinario. Un luogo dove ripetere.”

Strano ora voler dimenticare l’affollarsi dei miei pensieri di quei giorni, la fatica, la paura, i dubbi, la rabbia, la colpa verso chi e per che cosa? Più facile focalizzare l’attenzione su qualcun altro che su me stessa? Ho sempre fatto così, perché stupirmi ora se mi sento senza sostanza, se mi sento come un’eco che ascolta e riporta solo ciò che ode? (non a caso ho detto eco, la dea Eco e il mito di Narciso).

Mi sono stupita che Roberto non volesse ricordare la sua vita, una vita intera fatta di privazioni sia famigliari che sociali. Eppure ora che devo mettermi io qui e ricordare, tassello dopo tassello, i pochi mesi passati nemmeno un anno fa, non ne sono in grado? Ma ripartiamo con ordine. Proviamoci almeno. Dedichiamo a me la stessa cura che ho riservato a lui, attraverso il processo contrario imparo a curarmi come vorrei mi fosse fatto, apprendendo dal modo in cui ho curato qualcun altro. Ho fatto scegliere un colore a Roberto per ogni ricordo.

Iniziamo quindi col tornare indietro, di che colore erano quei giorni?

Che colore sceglierei adesso io per iniziare?

Grigio – azzurro

Prima che arrivi primavera il cielo inizia a mutare il suo colore; delle piccole punte di azzurro lieve si insinuano in certe giornate tra i rami ancora senza foglie. Tutto è spoglio ancora e pare non sia cambiato nulla intorno, ma piccoli segnali lasciano intravedere la trasformazione imminente. Quando quasi non ci credi nemmeno più, mentre cammini in una strada fredda e ferma, inizia ad allargarsi un poco il reticolato dell’orizzonte e la giornata si fa più ampia. Prende colore, luce, respiro, ma non del tutto. Questa è la magia. Il passaggio non ancora compiuto. Il grigio rimane a proteggere i semi non maturi dell’inverno perché non è detto che tutta quella luce nuova non possa spaventare. C’è bisogno di tempo ancora, è troppo presto per la fioritura. Quel nove di marzo grigio-azzurro sono uscita di fretta e furia dal grande edificio della Rai in Corso Sempione dove lavoro. Appuntamento con S. Fresco alla stazione della metropolitana di Cadorna: oggi incontriamo per la prima volta i nostri due clienti, pazienti, biografanti, esperimenti?? Come chiamarli? Io conoscerò Roberto, e lei Lorenzo.

Tutte e due siamo emozionate di iniziare qualcosa di cui non sappiamo bene né come né dove ci porterà, e soprattutto di incontrare qualcuno in carne ed ossa che si aspetta qualcosa da noi. Ne saremo in grado, ma soprattutto ne sarò in grado io che non so ancora badare a me stessa? È in quel tratto di strada che adesso facciamo in due ma che poi farò da sola, dalla fermata di Cadorna a quella di Crescenzago, che inizio già oggi ad intravedere quella che sarà la mia liturgia, o pratica personale di meditazione filosofica che attuerò ogni lunedì della settimana per i prossimi tre mesi successivi. Farò una serie di piccole azioni, che avrò bisogno di ripetere una dopo l’altra (come racconta C. L. Candiani nel suo rito a ripetere ogni volta nella realtà ordinaria), io, una piccola Pollicino nella mia favola metropolitana, andrò per il sentiero nel bosco e per non avere paura getterò briciole di pane a farmi da guida. Le mie briciole adesso, un po’ come le otto piccole tessere di carta di Roberto, vanno a comporre i contorni di quello che è l’inizio di questa storia.

Prima briciola di pane ore 12 circa – Uscita- fuga dalla Rai.

Mi muovo con mosse feline vicino ai tornelli dell’ingresso dove timbro l’uscita sotto gli occhi indiscreti delle guardie, con un certo godimento nella fuga mista ad apprensione e colpa per il mio assentarmi in orario di lavoro (anche se spacciata per lunghissima pausa pranzo, sento che c’è un margine di rischio nell’impresa che vado a compiere). Prendo il mio motorino–cavallo e cavalco baldanzosa fino a Cadorna, dove parcheggio.

Sapore: Liberatorio. Accattivante. Vivificante.

Seconda briciola di pane ore 12.15 – Cadorna.

Appuntamento con il panettiere prima di prendere la metropolitana. Focaccia di Recco fumante, col formaggio che cola, e un tè freddo al limone, tutto messo in un sacchettino con tanti tovagliolini pronto per essere aperto metropolitana e gustato rigorosamente da seduta nel vagone in movimento (forse credo di essere in un treno che va molto lontano?) davanti a sguardi curiosi e anche affamati, che però non tolgono il gusto al mio pranzetto alternativo.

Sapore: Calmante. Nutritivo. Necessario.

Seconda briciola 12.20 – Il biglietto dalla Maga Magò.

Compro il biglietto della metropolitana all’edicola e faccio la conoscenza di una stravagante signora che pur non conoscendoti né averti mai visto in vita sua, ti saluta dicendoti “Ciao tesoro bello, ciao passerotto, ciao dolcezza, ciao amore caro”, con una voce molto bassa e dolce. Se ne sta lì china dietro i giornali, i capelli spettinati e occhiali spessissimi. Non dà l’impressione di essere del tutto lucida, ed è proprio quello che mi attrae in lei mentre sto andando nel luogo dove risiedono, appunto, persone molto al di fuori dell’ordinario. Ha un che di surreale e suggestivo, che tra una moltitudine indefinita di persone che si affollano ogni giorno di fretta alla sua edicola, lei trovi quel tono calmo e fuori tempo per salutare ‘amorevole’ ed accennare anche un triste sorriso.

Sapore: Rincuorante. Poetico. Allarmante.

Terza briciola ore 12.30 -13.00 – La musica.

La mia vita è accompagnata da musica. Sempre. Come se io avessi bisogno di colonne sonore al mio sentire, un corollario a tutto il resto, o forse è che solo attraverso la musica io riesco a sentire come sto. A ricordarmene.

Senza, è come se sentissi che l’esperienza vissuta nella realtà quotidiana, non si possa poggiare poi su nulla e si perda nel silenzio, o nella piccola cassa toracica solitaria del mio petto se non fosse poi, in un secondo tempo sublimata nella musica. Viene trascritta nelle note, viene fermata anche, perché non se ne vada da me, e viene trasposta in qualcosa di ineffabile, di più grande, che però ha un suono tangibile ed udibile coi miei sensi, quindi concreto. La musica parla per me, ‘questa è la musica di quando..’ ‘questo è quel momento in cui stavo così..’ La musica è il mio diario di viaggio e ricompatta pezzi di me senza bisogno di dover spiegare nulla. “Ogni sorta di cose accadono e svaniscono. Questo è il numero infinito di morti di cui lei è morta. Ma se c’è qualcuno, qualcuno che può restituirle tutto ciò che è accaduto, allora i dettagli ripresi in questa maniera diventano parte di lei e non muoiono”.  Quindi accendo il mio piccolo I-pod tra il rumore di sottofondo della metropolitana e delle gente intorno, e me ne sto in ascolto di me. Di come sto. Di che succede nel mio animo. Respiro piano e non faccio nient’altro.

Sapore: Cullante. Necessario. Sofferto.

 

Quarta briciola ore 13.00 – Il caffè.

Uscita dalla metropolitana approdo in periferia, ed è tutto un altro paesaggio. Le strade con meno auto, il cielo che si apre sopra di me facendosi spazio tra le case meno alte, meno vicine, meno presenti. Dopo lo stadio di sospensione musicale interrompo il mio galleggiamento sognante per entrare in un piccolo bar lungo la Martesana. Potrebbero essercene altri di bar in cui prendere un semplice caffè in piedi, ma quello è il mio prescelto. Buio come l’antro di una caverna e piccolo con qualche vecchietto che gioca a carte o sosta lì senza un limite di tempo predefinito, una signora cicciotta al bancone, la mamma, e il figlio di circa vent’anni che serve ai tavoli. Il tempo, non appena non si è più nel centro produttivo della città, si dilata perdendosi in rivoli sconosciuti e si può anche pensare di fare quattro chiacchiere con la signora, o sfogliare un quotidiano e sedersi in quei tavoli e sostare nella penombra di quell’aria stantia e aromatizzata di sigari e grappe. Stare per qualche minuto solo in quel gesto che non è consono nell’ora di punta nei bar di città, in cui devi prima conquistare spazio per farti vedere, poi sgomitare per conquistare lo zucchero e bere al massimo in venti secondi il tuo caffè per lasciare il posto ai prossimi clienti, senza aver in tutto questo, incrociato lo sguardo di nessuno, pur essendo stata a contatto molto ravvicinato e fisico con tutti questi nessuno.

Sapore: Intimo. Umano. Radicante.

 

Quinta briciola ore 13.15 – La mia attesa.

Quando arrivo in aula, alla Casa della Carità, quella che sarà il setting e luogo d’incontro con Roberto, ho sempre dieci minuti almeno che mi rimangono prima dell’orario dell’appuntamento. Ho bisogno di quel tempo. Fino a poco prima nel mio tragitto, non ho focalizzato l’attenzione su di lui in nessun momento, volutamente non ci ho pensato. Ho desiderato quel tempo solo per me, per ritrovare la presenza, la concentrazione, il corpo. Prima di interrogarmi sull’ascolto di come sta qualcun altro ho bisogno di interrogare me stessa, e capire come sto e dove sono. Sembra scontato saperlo ma non è così. Possiamo stare spenti per la maggior parte del nostro tempo, e non raccontarci nulla che non vogliamo sentire, ed è in quei mesi che mi sono accorta in modo consapevole, che non siamo quasi mai vicini a noi, al nostro animo. Non siamo mai interi. E’ una conquista avvicinarsi ogni volta a questa interezza. Nella mia strada fino a lì ho provato ad avvicinarmi alla mia interezza, e il mio modo di farlo è stato questo scivolare nei miei pensieri senza giudizio, lasciarli liberi di spaziare dove volevano in maniera disordinata e senza darmi risposte ma solo ascoltando le reazioni emotive che mi provocavano. Sono così potuta arrivare al momento dell’incontro sentendomi libera e sgombra di me, e pronta davvero all’ascolto di qualcun altro. Sono in aula e tiro fuori dalla cartelletta le sue cose, gli ultimi lavori fatti, gli scritti, e mi siedo.

Rimango semplicemente presente a quello che ho di fronte a me, il grande tavolo bianco, la cartelletta, il quadernetto- diario identico al suo e che scrivo insieme a lui in seduta, le matite colorate, la finestra da cui entra la luce del sole e il tempo che sento rintoccare come fosse anche lui un elemento concreto lì seduto accanto a me. Le idee poi vengono da sé se devono venire e si formano in maniera molto naturale. Sono attenta ai rumori intorno, in genere difendo il territorio: a quell’ora passano molte donne di colore con bambini che vogliono entrare nella mia aula dotata di televisore. Guardo i piccoli bambini correre lungo il corridoio e ogni volta, anche più avanti negli incontri successivi, mi chiederò dove sono, e avrò un attimo di panico più o meno negato come se questa attesa dovesse essere tradita o dovessi saltare da un precipizio senza paracadute. Spiego ai bambini che mi chiedono di entrare a guardare la tv, che l’aula sarà libera tra un’oretta, e mentre li guardo correre via nel corridoio, vivo la fantasia di scappare insieme a loro nelle strade sconosciute dei paesi lontani da cui provengono.

Sapore: Presente. Eccitante. Concentrato.

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Quel primo giorno di marzo era solo il piccolo embrione di tutto questo divenire. Abbiamo piacevolmente chiacchierato lungo il tragitto in metropolitana rinfrancandoci a vicenda e suggerendoci idee sul come iniziare il fatidico primo colloquio, come quella di comprare il diario da regalare a Roberto e Lorenzo ed infine ci siamo trovate lì, alla Casa della Carità, al nostro primo appuntamento. Il bianco corridoio simile a quello di una scuola e Silvano, l’operatore del centro di accoglienza, che ci conduce ognuna in quello che sarà il nostro setting. Entro per la prima volta nell’aula luminosa che sarà il mio ‘utero protettivo’ per i mesi a venire, vedo le grandi finestre che danno sul cortile e sento il sapore di primavera entrare insieme ad antichi ricordi scolastici di aule chiuse schiamazzi nei cortili in pomeriggi di sole, e poi eccomi da sola: davanti a me Roberto. È un uomo sui quarant’anni di altezza media, piuttosto magro e col volto consumato da rughe ai bordi della bocca che fanno contrasto col guizzo brillante dello sguardo e i grandi occhi azzurri che mi sgrana addosso come due punti interrogativi pronto a cercare di capire chi sono e che cosa voglio da lui. Ricordo la nostra prima seduta in maniera molto confusa, tutt’ora pur avendone cercato tracce nei miei appunti, ed essendomi soffermata nella memoria, mi appare ancora poco nitida.

Ho fatto molta fatica, questo ricordo di quel giorno: un lungo tempo immobile da gestire, un bandolo del discorso da dover condurre, un filo da ricercare, ed è per questo che ne ho dimenticato in fretta i passaggi. Ricordo il suo vivo interesse nei miei confronti, la sua postura protesa verso di me in attesa di una risposta (la mia ricerca disperata di risposta) ed io di fronte a lui come fossi un pesce raro e nuovo che si muove in uno spazio circoscritto, come dietro il vetro di un acquario. Ci divide solo uno strato invisibile sottile di vetro e trasparente come aria, ma quello strato si sente e c’è come se lo potessi davvero toccare. Io piccolo pesciolino rosso (dalla paura, dal disagio, dalla paura?), sono osservata con molta attenzione nei miei movimenti di coda, nel modo di respirare o boccheggiare nell’acqua, e in ultima cosa dal senso e contenuto delle mie parole. Nello stesso modo anch’io, senza accorgermi coscientemente, metto in atto il primo istinto di base e sopravvivenza (allora ne sono dotata anch’io? Non sono solo un indifeso pesciolino rosso?), e come gli animali che si fiutano, si scoprono prima istintivamente, poi con il cervello, inizio a farmi guidare dai miei sentori sconosciuti ma presenti. Per questo mi è difficile ricapitolare, riesaminare, perché la logica del puro pensiero in un primo incontro, ha un peso relativo insieme alla moltitudine di stimoli sensoriali che vengono sollecitati. Almeno per me è stato così.

— — —

(…) Quel giorno sono solo rimasta lì con i sensi allertati, ad osservare questo sconosciuto che a sua volta studiava me, questa sconosciuta. Simili a due lupi (animale molto importante per lui e che risuona anche in me) selvatici e scontrosi, desiderosi di addomesticamento e/o nutrimento, abbiamo fiutato l’avversario, lo sguardo dell’altro, la voce, lo sguardo, le mani, i silenzi, le sensazioni a pelle, e in ultimo le parole, il radar già lavorava da solo per entrambi. Il volto di Roberto nitido al di là del vetro dell’acquario, pesce-lupo acquatico in cui mi ero trasformata, ha iniziato ad evocarmi qualcuno che ho già conosciuto nella mia vita. Un altro uomo del Sud con una storia di vita complicata e arrabbiata e con gli stessi occhi chiari solcati da rughe profonde. Un uomo che è sempre stato in profonda lotta con la società e che non ha mai trovato pace, un uomo di nome Romeo conosciuto quando avevo vent’anni davanti all’Università Statale; nel freddo e nel caldo delle stagioni lui era lì con la sua bancarella piccola e di oggetti piccoli, costruiti con le sue mani piccole che arrotolavano con la stessa velocità sigarette non solo di tabacco. Lo tenevano tranquillo a volte, e più arrabbiato in altre, in cui iniziava lunghi monologhi contro il sistema rivolti a noi giovani studenti di passaggio. È tornato in Basilicata in questi ultimi anni, in Università hanno fatto sgombrare tutti i bancarellisti abusivi, ed anche in molte altre parti della città, così è stato costretto a ripiegare nella sua amata-odiata terra d’origine, senza più un soldo e arrabbiato con Milano ed il sistema come lui lo definiva e con ciò che non ha trovato o potuto mai avere. Chissà se questa intuizione, somiglianza, assonanza, mi ha portato sulla buona strada? Certo è stato un condizionamento. Un condizionamento forte; però mi accorgo solo ora mentre scrivo a distanza di tempo, che proprio perché avevo dentro di me quel Romeo che imprecava contro il mondo e la sua immagine che si mischiava col volto nuovo di Roberto, che ho potuto intravedere già da quel primo incontro qualcosa che lui teneva molto nascosto. Ho visto la sua rabbia. Nonostante fosse celata, coperta, nascosta dalla gentilezza, io l’ho sentita. Romeo da lontano me l’ha suggerita, il mio radar spazio temporale ha lavorato per me senza nemmeno io sapessi di averlo attivato.

Nelle ultime due fermate di metropolitana, prima di arrivare a Crescenzago, il treno esce allo scoperto e dal buio del tunnel si sale d’improvviso in superficie. Un giorno di fine marzo, forse al mio terzo incontro con Roberto, seduta nel mio vagone e finita la focaccia di Recco, sospesa un po’ assonnata nel mio flusso libero di coscienza, vengo colpita da un raggio di sole nel viso e mi coglie come una sorpresa, un risveglio. Sapevo che il metrò ad un certo punto sarebbe uscito dalla galleria, e non è nemmeno una meraviglia così incantevole la periferia di Milano, ma in quel momento è stata una vera sorpresa. È come se in quel momento, persa nell’oscillare libero della musica e dei pensieri in libertà, io fossi diventata una spugna, pronta ad assorbire qualsiasi cosa, da dentro e fuori di me. Ecco allora che mi riempio di acqua, spugna pesante e densa, e la sento scivolare sulle guance come la cosa più normale del mondo. Sto piangendo. Lacrime che senza consultarmi né chiedere il permesso scorrono sul mio viso. Mi risveglio dal torpore in cui ero, e scopro che questo corpo ne sa più di me. Più della mia testa, più di tutto quello che mi racconto o cerco di spiegarmi con la ragione; ho visto i fiori, i miei occhi hanno visto i fiori!!! Quale meraviglia avevo scordato. Il tempo che passa. Il tempo che muta. Il ciclo della natura che ricomincia, come potevo essermi dimenticata?

Lungo la banchina c’è un piccolo parco, poco tempo prima c’erano alberi secchi e spogli, ed oggi, beh oggi è già un’altra cosa rispetto a ieri: gli alberi si sono rivestiti di colore. Le piccole gemme si sono aperte e ci sono tante foglioline verde chiaro, chiaro, e piccoli fiorellini dappertutto. Io guardo quegli alberi e piango e continuo a piangere tra il triste, l’arrabbiato e il commosso, e mi chiedo; dunque di chi è la rabbia che sento? Di Romeo il bancarellista della Basilicata, di Roberto, o mia? Forse a questa rabbia dovrò prestare attenzione prima o poi, senza aspettare che sgorghi come fiume in piena. Io piango perché non voglio che nascano i fiori. Sono molto arrabbiata coi fiori, col vento, col cielo azzurro, con la primavera, con la metropolitana e con me stessa. E sono così stanca di essere arrabbiata. Sono stremata. Il mondo col suo gelo deve rimanere immutato, rigido, immobile altrimenti potrei frantumarmi. Non voglio lasciar andar via il mio inverno. Non voglio lasciar andare quell’immobilità gelata che conosco così bene. Anche se terribile, familiare e calda più di qualsiasi vento diverso, magari più bello, lieve e profumato, ma a me straniero e sconosciuto.

Quanta paura del nuovo.

 

Ormai i fiori sono sbocciati

Inizio in quei giorni di inizio primavera a cercare dei testi di canzoni per Roberto, non so ancora come mi sto muovendo nel cammino con lui, e questo credo non lo saprò bene fino alla fine (ma chi lo sa mai con certezza?). Ascolto ancora più musica del solito e la cosa non mi dispiace, in fondo lui nei suoi racconti ha citato cantautori che conosco bene e che non riascolto da tempo, la musica ha curato lui ed ora cura me. Mi godo questo mio tuffo nel passato e intanto immagino quello che potrebbe piacere a lui nella scelta di testi che racchiudono rabbie sociali, poesia, mutare del tempo, amore odio, conflitti, lontananze e amore per la terra d’origine. Facendomi trasportare nel passato dalla musica, mi giungono alla mente le mie estati in Sardegna con gli artisti di strada a vent’anni, gli oleandri nei capelli e l’amaca nella pineta, gli autostop in quelle strade assolate, noi e i trampoli, noi e le chitarre tra le note di De Andrè al risveglio, noi e la luna, io e le mie carte di tarocchi spagnoli. Mi vengono in mente i bonghi suonati al parco Sempione, e gli infiniti pomeriggi in quel luogo a cantare. La mia foto che ho dato a Roberto nel secondo incontro, è intrisa di tutto questo. Solo tirarla fuori da vecchi album e darla lui, ha mosso inevitabili connessioni tra la sua e la mia vita. Lasciagliela in dono, (quindi lasciare andare qualcosa di me) e notare la sua sorpresa su come sono cambiata e su com’ero bionda, mi ha restituito un impatto forte di realtà e di tempo.

Allora chi è quella ragazza nella foto? Ma è davvero passato così tanto tempo? Il suo sguardo mi ha fatto vedere la me di ora. Non sono più bionda. Non sono più lì. Anzi non ci assomiglio più così tanto a quel viso. Chissà se era scontato essermene davvero accorta. Ci sono incastri tra il contenuto ribelle e incazzato di Roberto e il mio, (avrei voluto ribellarmi di più ancora di quel poco che ho fatto nella mia vita?) c’è la sua rabbia per essere cresciuto in fretta e c’è la mia, c’è il suo adattamento alla vita o pseudo tale, e c’è il mio da brava bambina e il mio e il suo covare vendetta per questo, e il sentirsi in colpa per i suoi sentimenti negativi arenanti e non produttivi. Ci sono nei suoi racconti romanzati, veri o falsi, (quanto conta a questo punto?), immagini di luoghi che conosco bene, mentre mi parla di Napoli ecco che salta fuori un mio Capodanno laggiù nel famoso quartiere spagnolo. Lavatrici e televisori lanciati dalle finestre, balli fino all’alba in strade affollate di gente, suoni caldi e note di jambè suonati da africani nei marciapiedi, armoniche a bocca un po’ stonate, aria di mare e di porto, una casa di studenti di Lingue Orientali tra sete indiane e drappi profumati di incenso. La mia fuga dalla città, inquietudine costante alla ricerca di chi e che cosa, accenti napoletani in una casa senza riscaldamento “Voi milanesi abituati a quelle case così calde, non sapete stare al mondo”.

Si noi milanesi già, perché devono sempre appiopparmi questa etichetta quando io invece mi plasmo ad ogni posto e persona che incontro dimenticando anche da dove vengo ed ora mi sento quasi napoletana mentre vedo le immagini che mi racconta Roberto che si mischiano ai miei ricordi. Che importa alla fine se la Napoli che racconta è quella che ti mostrano nelle cartoline ed io so che i segreti neri, i segreti della Napoli vera, non sono mai visibili in quelle cartoline e se ora ci stiamo ascoltando così soavemente, è poi davvero necessario affondare il coltello in profondità per sapere se è tutto vero quel che mi dice? Non me la sento di sfondare il muro che lo protegge “Non si può certo stare al mondo sempre con le viscere scoperte” mi aveva detto un giorno R. M. ed io per la prima volta avevo pensato “Ah si davvero? Ho sempre creduto fosse inevitabile invece”.

Divento lo specchio riflettente su cui Roberto attacca le sue cartoline turistiche (lui senza saperlo diventerà in misura minore il mio), non sono ancora in grado di riflettere cartoline più intime, e lui forse non è in grado di tirarle fuori dalla scatola buia dei ricordi. Intanto mi beo nel rivedere anche le mie di cartoline e stando in questo gioco di specchi e rimandi (il primo gioco che ho imparato a fare nella mia vita), mi rendo conto che tenendolo consapevole e vivo, diventa qualcosa che produce un sentimento di empatia, anziché di rispecchiamento e perdita di confini della mia identità (mia paura eterna nei rapporti speculari). Anzi per paradosso, mi sento molto più me così: con i miei ricordi che sono evocati dai suoi ricordi, e sono una realtà totalmente diversa dalla sua, che come individuo differente e altro da me mi dà la possibilità di imparare finalmente a guardare. Mi sta insegnando a guardare come io fossi dotata di un enorme telescopio, attraverso il quale imparo a non specchiarmi nella vita degli altri, perché non è possibile, non è più possibile farlo, non è mai stato possibile farlo, ed è venuta l’ora che io smetta di tentare. Il mio è sempre stato un tentativo vano, lo scopro senza del tutto accorgermi lucidamente in quei giorni che sono dall’altra parte della barricata; adesso non sono più la paziente bambina che cerca di essere vista, ascoltata, capita, guarita, amata. Ora io sono quella che deve capire, vedere, ascoltare, e questo ha un effetto dirompente su di me. Mi costringe ad assumere una responsabilità mai presa nemmeno con me stessa, (anzi proprio perché per me stessa non andava presa, in attesa sempre fosse qualcun altro a farlo al posto mio) ma ora, chi c’è al posto mio se non io sola?

 

Ora che non ho più scuse e sono dall’altra parte, chi mi sostituirà? Chi mi farà da garante? Chi si assumerà la colpa e mai merito? Nessuno. Un giorno mi è venuta la febbre alta, forse al terzo o massimo quarto incontro con Roberto, e ho sentito una forza che non sapevo nemmeno di possedere. Come una madre con un figlio non appartenente agli esseri umani, ma ancora una volta come fossi un’animale con i sensi allertati (il nostro animale guida trovato con M. C.. Un animale però non più nascosto dietro il vetro dell’acquario, ma libero nella natura selvaggia della Savana, padrone delle sue azioni non velate e protette-imprigionate dal vetro. Una femmina di tigre, orso, antilope, leone, giaguaro, che ha i suoi cuccioli appena nati che la aspettano ed è la cosa più normale del mondo proteggerli fino a che non lo sapranno fare da soli. Era troppo presto per non andare all’incontro con Roberto, per rimandare, per chiamarlo al telefono e usare una comunicazione verbale con lui che usa occhi, odori, sensi di lupo e faina, di pantera e gazzella per studiare le mie mosse e le mosse del mondo intorno a lui. Per difendersi e conoscere. Scappare o attaccare. Era troppo presto per dire che non sarei potuta andare all’appuntamento, la fiducia non si era ancora conquistata. Eravamo ancora allo studio del territorio e dei confini dello stesso; conosco bene quella zona del sentire, quanto ci sono sostata nella mia vita, e quanta fatica sto facendo per cercare di lasciarla. Quel luogo così poco sicuro che sa di sfida mista a fragilità, di voglia di rilasciare le emozioni, tutte quante, anche quelle che potrebbero divorarti, insieme alla voglia di proteggersi in una noce dal guscio duro e non uscire mai più da lì. Si potrebbe stare così in eterno, come d’improvviso sentirsi raccolti, capiti, ed infine riperdere tutto in un secondo annegando soli in un oceano scuro. Quindi andrò all’appuntamento con la febbre, senza il minimo dubbio sul mancarlo, forte di un istinto primario che mi guida e sorregge. Nonostante mi specchi totalmente nella sua paura di fidarsi, e la confonda con la mia di tutta una vita, miracolosamente questa paura si trasforma (può germogliare anche la paura?), e non è più un nonostante ma un grazie a questa paura che non è più uguale alla mia, ma diversa, che posso davvero aiutarlo. È la sua paura, non più mia, non è più tempo per la mia che deve essere superata, lasciata andare nel passato lontano. Mi accorgo ascoltandola come una presenza che ora posso vedere senza morirne più, che sono grande, e non c’è più spazio per le mie rivendicazioni, se non voglio rimanere piccola tutta la vita. Posso aiutare la sua paura perché la conosco e la vedo, e ne riconosco ogni anfratto.

Mi scopro ad accettare la mia unicità vedendo la sua. Mi scopro a curare la sua paura come curassi la mia per la prima volta, senza più aspettarmi niente dal mondo fuori imparo a fare da madre a me stessa grazie al ruolo di madre-terapeuta che agisco con lui. Solo dopo qualche mese, ognuno sarà in grado di dire “no” all’altro, un no ad un orario di seduta a cui non è possibile andare, un no che si può dire anche al telefono senza paura che il legame venga meno. Ormai i fiori sono sbocciati ed io non sono certo riuscita a fermarli, (anche se avrei voluto con un improvviso desiderio d’onnipotenza) ma eccoli lì davanti ai miei occhi nel parchetto quando la metropolitana esce allo scoperto ed ovunque per la città si nascondono tra i palazzi e nelle piccole aiuole, nei cortili delle scuole e nei viali, circondati da gente frettolosa, cemento e aria sporca. Mi fermo a contemplarli, anche se per pochi secondi, interi alberi come nuvole rosa, bianche, azzurre, colpita da euforia e tristezza immensa in contemporanea. Li osservo e sono allo stesso tempo così fragili e splendidi, è questa fragilità a commuovermi?

È la loro precarietà a spaventarmi? O il fatto che fioriscano comunque?

Anche quando sembra tutto intorno a loro sia fermo e morto, rinascono ogni volta come un miracolo. Una ventata più forte, una pioggia incessante, o semplicemente il passare del tempo lì farà durare solo una quindicina di giorni al massimo. Un soffio. Un battito di ciglia. Una bellezza così breve, che non so godermi la loro presenza perfetta senza pensare alla fine imminente. Le foglie nuove, o i frutti che seguiranno al loro posto non è un pensiero che mi rallegra. Affatto. La trasformazione delle cose, il loro evolversi, dal giorno alla notte, da bruco a farfalla, da neve in acqua, da seme a fiore, morte e rinascita, questa è la questione a cui non so credere anche quando ce l’ho davanti agli occhi in tante e minuscole piccole cose ogni giorno. Se io non so vedere per prima che è possibile questa evoluzione, questo passaggio naturale presente fin da sempre nella natura che ci circonda, e poi allargabile al tutto e alla psiche umana, come potrò in un secondo tempo, convincere qualcun altro nel crederci? Come saprò condurlo nel suo viaggio di trasformazione?

Scelgo la mia canzone. Ho bisogno di ricercare come Roberto la mia canzone. Le parole della musica per consolarmi del senso che non trovo.

 

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collage di Roberto: Cosa sognavo nel carcere

 

C’era una volta….

Dopo una prima fase di conoscenza, fiducia, indagine dell’altro (così uguale e lontano da noi, che ci apre ed evoca permettendoci di entrare nei nostri altri interni, tra ricordi speculari e non), inizia con Roberto la scoperta e creazione di un mondo condiviso. Questo, grazie all’unione-incontro delle nostre due essenze, sconosciute e non coscienti del tutto (ognuno ad un livello diverso di consapevolezza) che si dipanano in quel divenire presente nell’astratta e così concreta danza relazionale iniziata a costruire insieme. Non siamo più così distanti divisi dal vetro sottile dell’acquario, ed anche i due lupi selvatici e diffidenti, si stanno facendo addomesticare con un po’ più di fiducia e calore. Petali di fiori nuovi si schiudono senza chieder a noi il permesso, né tanto meno noi possiamo averne il controllo se decidessero di richiudere il loro bocciolo. Abbiamo il controllo sull’ascolto di tutto questo però, ed io scopro altri sensi ancora, che credevo di non avere, come un lupo capo branco che conduce nel bosco i suoi simili. Tengo ben dritte le orecchie affinché non mi sfugga nessun segnale se sto sbagliando sentiero. Nemmeno il lamento poco udibile dal più piccolo lupetto in fondo alla fila, se non ce la fa a stare

al passo sono costretta a rallentare o modificare il percorso, perché non sono sola in questo viaggio, e non devo scordarlo mai. Ancora una volta avviene uno spiazzamento rispetto ai miei schemi; sono io dall’altra parte del ponte e non sono quel cucciolo che suo malgrado segue il branco, arrabbiato e angosciato di non farcela, che inciampa nei rovi e si sente inadeguato, piccolo e incompreso. Forse il passo in quel mio tempo antico non è stato come l’avrei desiderato, (nessuno mi ha aspettato o capito come avrei desiderato e mi sono dovuta adattare agli altri, trattenendo rabbia e frustrazione che è ancora lì ad aspettare di sciogliersi), e me ne accorgo adesso sentendo l’attenzione che pongo nel percepire la recriminazione amara di Roberto verso la vita e il passato. Come se questo fosse il momento per me di rifare tutto da capo nel modo giusto.

“…Da secoli ella dorme Nella tua tomba eterna…” (Turandot, Atto II, scena II)

Il momento di essere io quella che dà il passo, e modificare totalmente il mio punto di vista, uscendo dalla forma passiva di vittima infantile (da bambini si può essere stati vittima, ma da grandi si sceglie la propria strada), e provando a sentire la responsabilità della mie azioni e del mio passo attuale, senza incolpare più nessuno di come è andata. Roberto mi sgrana gli occhi azzurri, limpidi e spaventati come quel bambino di Napoli che la strada e la sua vita, fin troppo presto, se l’è dovuta trovare da solo. Conosco quel bambino molto bene perché non è così diverso dal bambino che ho anch’io da qualche parte all’interno di me, neanche troppo lontana, quel bambino che stringe i pugni nell’angolo silenzioso e rabbioso senza mai uscire fuori gridando vendetta e riscatto per quel non ascolto, e per quella sua crescita così frettolosa e sbadata, continuando però a far del male solo a se stesso e che ora può finalmente avere una voce ed essere aiutato. Un poco almeno, e se in principio mi spavento di questa risonanza speculare, poi capisco che non potendo arginarla né metterla a tacere, mi resta solo una cosa da fare, ed è renderla importante e protagonista come non è mai stato. Prestare ascolto al mio bambino imbronciato che ancora si fa sentire, e poi al suo, che senz’altro molto di più, richiede di essere visto e curato.

Cosa avrebbe voluto quel bambino? Che cosa avrebbe voluto nel suo sentiero nel buio? Forse semplicemente che qualcuno gli raccontasse una favola per avere meno paura del mondo intorno. Perché gli orchi e le streghe cattive, se li puoi anche solo vedere e nominare, può essere che poi non ti inseguano più.

Inizio così il lavoro con Roberto sulle immagini. Mi lascio condurre dai suoi mondi. Ogni sua parola e racconto producono in me la ricerca di qualcosa d’altro che me la riporti trasformata, mediata, camuffata, o vista da un’altra angolazione. Cerco tagli di luce nel buio, cerco di fare quello che mai ho fatto con me, che invece amo crogiolarmi nel mio passato rabbioso. Qui smetto di farlo, e trovo sensi e sprazzi di albe, quadri e figure epiche, storie antiche e nuove che leniscano il dolore. Napoli vive allora in foto di occhi di bambini, macchie di colori e panni appesi alle finestre, quadri astratti e mari luccicanti, tempeste, cieli stellati, suonatori di strada e quadri di Caravaggio, figure evangeliche e proletari in piazza nei quadri di Pelizza da Volpedo (ritornano i miei maestri dimenticati come i professori di storia dell’arte che per primi mi avevano curato con l’arte) fino ad arrivare alle favole sepolte da sempre dentro di me.

Ecco dunque apparire nelle innocenti e più strutturate bugie di Roberto un simpatico Pinocchio, e poi ecco un Peter Pan che non vuole crescere e un goffo Mago Merlino, Alice nel paese delle meraviglie nel suo bosco spaventoso, Gatti con gli stivali e Capitan Uncini che diventano capo mafia, Pollicini e Principesse che con le loro briciole di pane ci riconducono a casa e nel nostro castello immaginario. In fondo non sono io questa? Non sono sempre fuggita in un mondo di sogno per non vedere il reale? Non ho forse sempre cercato nell’arte, nella pittura, nella scrittura, nel cinema, un linguaggio universale che parlasse e raccontasse la mia storia, senza però dirmela direttamente in faccia? Le vie dirette fanno troppo male e spaventano, o semplicemente, la vita messa in arte ci appare più bella. Non è più reale ma diventa qualcosa d’altro che ha un capo ed una coda ed un senso compiuto che nella realtà non si trova. È qualcosa d’altro da te, che si trasforma in un te universale e magari ci si può sentire un po’meno soli. Per me è stato così. Mi sono raccontata così tante favole, mi sono cantata così tante canzoni e ho dipinto così tanti quadri fin da che conservo memoria, che ho scordato le motivazioni originarie a tutto questo. Ho scordato che farlo per me era una cura solitaria alla disperazione, al sentirmi sola, alla paura di uscire da quel bozzolo che credevo mi proteggesse invece che imprigionarmi.

 

 

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Collage di Roberto: la mia favola.

 

CONCLUSIONI 

La prima volta che sono entrata alla Casa della Carità sono stata subito colpita e in qualche modo affascinata da quel luogo. Un crocevia di persone di culture diverse tutte lì insieme in una convivenza se si può dire forzata […]Trovare una forma organizzativa lì in mezzo a quella molteplicità, che sfida pazzesca doveva essere, trovare una comunicazione che racchiudesse il linguaggio e la cultura degli africani con quella dei musulmani, con quella dei marocchini e gli albanesi e via dicendo. Tutto questo ha avuto su di me l’effetto e la forza di una calamita[…]

E’ stato per me come calarmi in un altrove di luoghi e culture, che anche dentro di me (nel luogo del simbolo) necessitava da sempre di essere visto e ritrovarsi. Lì riviveva da una parte con un misto di fascinazione e senso di perdita di me stessa e della mia identità da sempre labile, dall’altra in un magnetismo che non smetteva di attrarmi. Quante volte nei miei sogni notturni apparivano degli stranieri come persecutori spaventosi o al contrario come personaggi ricchi di fascino lontano che volevano mostrarmi qualcosa di me : una via sconosciuta ma allo stesso tempo familiare, perturbante […]Chissà se un presunto vissuto di sradicamento dalle origini e dalla madre (per ognuno diversissimo) mio e di Roberto, ha fatto sì, che stare in mezzo a questo straniante ed estraneo, ci riconduca paradossalmente a casa ? O come se solo lì in mezzo ad altri estranei lontani dalla loro casa e dalle loro origini, possa aver agito qualcosa di universale così forte da trascendere noi stessi in una liberazione dal nostro ego.

Come se si assistesse ad una sorta di sguardo dall’alto, come direbbe Pierre Hadot, che ci abbia ridato ossigeno e aria, spostandoci dal nostro vissuto individuale a quello di molti e molti altri , e del mondo intero, grande , immenso, desiderabile, e agognato, per uscire dal nostro passato[…] Lo specchio-Roberto, si è allargato per diventare uno specchio-mondo, che con il suo moto disordinato e senza logica, ha messo invece un po’ di ordine nel mio[…]
Chissà che questo luogo frammentato di diversità e stranieri lontani e vicini uno all’altro, non sia stato altro che la manifestazione visiva e concreta della forze contrastanti che sento agitarsi dentro di me[…]
Questo bagno di realtà è stato per così dire l’altra faccia su cui ci siamo mossi, in contrapposizione al mondo simbolico e metaforico di cui ho precedentemente parlato. All’inizio di ogni seduta c’era il rito condiviso del diario, in cui ci prendevamo qualche minuto di silenzio e scrivevamo il diario nei nostri piccoli quadernetti rossi, il regalo fatto a Roberto nel primo incontro. C’era in quei piccoli minuti sospesi, il presente, il corpo, l’essere presenti qui e ora nella stanza, il percepire le urla fuori nel corridoio dei bambini africani e gli uccellini fuori dalla finestra che annunciano le stagioni cambiare, l’aria più calda della primavera un giorno, le nuvole e la pioggia un altro.
Lo stesso rito, quello del diario, che mi ha iniziato a radicare alla terra ferma quando a tredici anni ho cominciato a scrivere il primo dei molteplici diari, proseguiti nella mia vita con lo stesso comune intento: mettere insieme i pezzi vaganti in me in una forma che mi potesse dare sostanza , forma, definizione, calore. Un fedele rito quotidiano che seguisse me stessa dolcemente per seguire un nesso ed un senso nel mio crescere ed appartenere a questo mondo […]
Eccomi qui e ora a concludere il mio e il suo sentiero percorso, abbiamo creato insieme la nostra storia che ho cercato di ricucire qui, nell’incontro comune con la scrittura e la forma concreta che ci potesse racchiudere entrambi in unico libro. Roberto un anno e mezzo dopo, ha visto completato il suo lungo lavoro, che riunisce fantasia (collage e le immagini di favola e quant’altro) e realtà ( diario sbobinato ogni seduta) , in un unico libro, come lui stesso ama chiamarlo. Io vedo completato adesso il mio lavoro con lui e con me stessa ( non proprio del tutto con me stessa, a quello non c’è un termine se non la vita), raccogliendo in questo lavoro sia la mia parte fantasiosa e irrazionale che quella razionale.

Entrambe vivranno anche in me ? Potranno riuscirci?

Anna Elisa Albanese

giugno 2011

 

Link utili di approfondimento: www.scuolaphilo.it     www.sabof.it

 

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