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E’ stato parlando con un’amica tempo fa che ho capito qualcosa; lei mi raccontava di come a volte ci si possa sentire divisi in tanti frammenti che non si mettono insieme l’uno con l’altro, non componendo mai un quadro più grande che ci possa far sentire interi, uniti, abbracciati a noi. Ci sono persone che hanno una relazione d’amore che dura tutta una vita e negli occhi dell’amato leggono i loro piccoli e grandi intarsi di ricordi, l’altro ci fa gentilmente da contenitore e spettatore della nostra vita e così quella vita si mette un poco insieme e sembra faccia meno male.

Io non faccio parte di quelle persone con una storia d’amore così lunga e nemmeno la mia amica, parlavamo di amori e luoghi e cose che non ci sono più, animali che ci hanno accompagnato un pezzettino e poi se ne sono andati e amori che sono lontani in altre galassie e hanno altri amori a loro volta e di case perdute, luoghi, odori e nostalgiche perdite e poi lei un po’ tra qualche lacrima e tristezza per il suo cagnolino appena mancato, mi dice:

“Ma tutti i miei piccoli e grandi ricordi sparsi qua e là ovunque, come possono stare tutti insieme? Mi sento così ricca di cose e di esperienze che però sono ovunque come vento e io ho paura di perdermi via…. ”

Non ho saputo darle una risposta, a parte quelle risposte che sanno di scontato come “ I ricordi sono tutti dentro di te, sei tu l’unica protagonista della tua vita” ecc. ecc.…, che si sa che è così ma non è la cosa che vorremmo sentirci dire quando siamo a pezzi, mica sempre è facile farci bastare solo noi stessi. Poi sono andata a dormire e ho pensato a lungo; ma i miei di ricordi e pezzi di vita da chi e cosa sono tenuti insieme? I pezzettini di vetro tutti colorati della mia anima, sono anche loro tutti in giro per la terra in posti, luoghi, persone che non rivedrò più? In certi momenti  mi sembra proprio che il cuore mi si spezzi a forza di cercare di tenere tutto insieme. Qual è quella cosa costante e imperturbabile, permanente e certa che è sempre rimasta con me mentre tutto il resto si è così tanto perso via? Forse adesso a posteriori, riesco a capire che quella cosa che è sempre stata con me, è il pozzo profondissimo della mia anima, ma quella notte, avevo bisogno di qualcosa di concreto e tangibile che mi mostrasse una piccola lucina nel buio.

Mi sono aggirata un po’ nella casa silenziosa, vivevo ancora da sola allora, e nell’ora più intima, scontornata e rarefatta prima dell’alba, appesa al muro ecco che scorgo una mia foto; ho vent’anni appena compiuti e sono vestita con degli strani vestiti a tunica, gli occhi sgranati e i tessuti spessi: sono un’ebrea nel Nabucco, al Teatro alla Scala del 1996.

La guardo bene .. mi guardo bene….. e così capisco d’improvviso e sento che lì dentro, in quel luogo ancestrale, utero di velluto rosso con musiche, abiti impolverati e quinte nere che è il teatro, c’è il porto caldo che è sempre rimasto fermo mentre io scorrevo, andavo e venivo nella vita fuori. Se penso ai miei momenti di svolta .. agli amori … alle scelte.. tutto si è dipinto lì intorno e dentro quel luogo.

Sembrava solo lo sfondo inizialmente.

Studiavo Scenografia all’Accademia di Brera, avevo appena compiuto vent’anni. Vivevo immersa in piccoli teatrini di legno che costruivo con le mie mani e parole che sapevano di arte, bellezza e possibilità di immaginare mondi ideali. Andavo in bici fino alla Scala, finivo una lezione della mattina e schizzavo via verso quel mondo dei grandi che mi si affacciava come una meraviglia. Non sapevo ancora, che il luogo che credevo fosse solo un fondale di passaggio, un bellissimo sfondo scenografico dipinto alle mie spalle, sarebbe invece poi stato il terreno e il luogo dove ho giocato più la mia esistenza e che mi ha osservato silenzioso tutto questo tempo. E dove anche l’amore ha trovato lo spazio… e dove tutt’ora dopo ben quasi vent’anni, rimane immobile a osservarmi, con le fondamenta e le radici di un albero maestoso –  ed io ancora entro in quel luogo, con la stessa emozione di sempre.

Sempre un po’ in punta di piedi come fosse la prima dolcissima volta in cui sentii l’orchestra suonarmi a pochi metri… un sobbalzo, l’emozione tonante del coro tutto intorno a me e quel buio ovattato che ancora mi raccoglie quando fuori spacca il sole e c’è troppa luce. Ancora e me ne sto lì seduta per terra su scomodi intralci e attrezzi di scena, ombre di persone che sono nuove e le stesse di sempre, che mi scavalcano, oltrepassano, salutano, o anche niente, perché posso accomodarmi negli spazi come se fossero i miei spazi. Posso nascondermi e mostrarmi, ridere, parlare oppure scomparire, in alto nella graticciata, oppure rannicchiata nella prima quinta in proscenio, con le ginocchia quasi addosso e il respiro mozzato,  a pochi metri c’è la platea,  ma tu sei dall’altra parte. Protetta da un unica separazione. Nessuno ti vede, attendo, ascolto, respiro, come ancora avessi vent’anni e mi stessi affacciando al futuro.

Se metto insieme i miei frammenti d’esistenza, le scelte strane, le mille e più cadute e rialzate, ancora mi scopro a raccontarmi e dividere il tempo e il mio passato per opere e stagioni. “Erano gli anni di Turandot la terza ripresa .. (…) in quel periodo era di Rossini in Arcimboldi…laggiù era il periodo delle prove in Abanella e il ristorante sotto il ponte e dei libri in camerino per studiare per gli esami ….”. Ed era poi proprio uscita da lì, da quella penombra eterna, che inforcavo davvero la vita, correndone fuori assetata, saltando in groppa al motorino e alla trama dell’esistenza, ma da cui alle mie spalle, teneramente, il Teatro alla Scala, mi ha tenuto per mano e guardato crescere.

Non so perchè oggi mi è partita così, forse perchè mi rendo conto che è l’unica cosa che per me è rimasta immutata come un faro, un lago, una casa d’infanzia, una madre dolce con le braccia aperte a raccogliermi sempre al ritorno dalle mie tempeste. Senza nessuna  prevedibile continuità, ma senza spezzare il filo mai, come il migliore degli amori, mai consumato del tutto, bizzarro, imprevedibile, può così rimanere eterno.

Le persone, che con gli anni sono cresciute, hanno come me ora altri lavori  “reali”, ma hanno continuato nonostante tutto a tornare in Scala, a tenerla stretta e non riuscire a lasciarla, a ritagliarsi quando si può, la ripresa di un’opera o un balletto, e sono diventate la mia famiglia. Ognuno di noi arriva stanco spesso, arrabbiato, dicendo che ì l’ultima opera questa, poi basta, si è perso un bel po’ di quello stupore degli inizi, molti sogni di noi giovani inesperti sono sfumati, ma è rimasto qualcosa che non si può descrivere: è come neve immacolata.

So che ciascuno di noi, di età e vite totalmente diverse l’una dall’altra, da qualche parte in solitudine in quei momenti di attesa e di sospensione nel buio del palcoscenico mentre lo spettacolo procede senza scosse sulla scena e nel pubblico, senza dire nulla a nessuno, lo trova dentro di sè, quell’istante in cui un brivido lo coglie su tutto il corpo e la pelle – Durante una musica, una nota conosciuta o una splendida variazione di danza, dura un secondo ed è come un piccolo miracolo. Non è mai a comando e giunge quando non lo aspetti: è la commozione meravigliosa negli occhi lucidi.. nel vuoto di stomaco e nello strato di pelle sottile, come fossi eternamente innamorato, per la fortuna di essere lì ad assistere e far parte di qualcosa che arriva da altri secoli e che ancora proseguirà oltre te. Non accade sempre, e non lo puoi sapere quando avviene, ma è come un colpo di grazia.

L’essere dentro totalmente a te stesso e dimenticarti di te nello stesso istante è quello che può succederti, in questo infinito spazio temporale che solo immersa in certi spettacoli della natura o di arte è possibile far accadere: l’esperienza del sublime. Come i pittori romantici o i poeti maledetti, come chi insegue vette di montagne e paesaggi inesplorati, lì in quel piccolo ritaglio di mondo, accade che tu vibri insieme al mondo.

Accade allora che sei in pace in accordo con l’intero universo.

L’universo fuori e dentro di te, rispecchiato da quella meravigliosa composizione di suoni , che riesce a mettere insieme i pezzettini vacanti della tua anima frammentata e che si chiama musica. Quando esci da lì, il mondo fuori ricomincia con il suo frastuono, però tu puoi inforcare la bici  per andare verso casa, ed essere ancora permeata da uno strato sottile di magia che vedi solo tu e non puoi nemmeno spiegare e nessuno. E’ come se brillasse e si riflettesse nelle cose che guardi intorno … e mi capita a volte, che anche i lampioni di notte di una città in corsa, sembrino belli, e il fiato che esce dalla mia bocca mentre pedalo, d’inverno, d’estate, in primavera, mi ridoni materia e consistenza, perché forse manca davvero poco, che voli via…

 

Anna Elisa

 

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Rigoletto, cortigiana, Teatro alla Scala

 

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