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Autobiografia Astrologica:

Sole in aspetto a Urano, il padre originalmente assente 

 

Un giorno mio padre era venuto a prendermi a scuola, era sabato, dovevo essere in terza elementare, ed era arrivato stranamente puntuale, le altre volte mi ricordo i mie sguardi verso il marciapiede dove stavano gli altri genitori, e la sua assenza. Da quando i miei genitori si erano separati vivevo senza nessuna certezza, tutto poteva cambiare da un minuto all’altro. Mio padre arrivava spesso trafelato, non era quasi mai già lì ad aspettarmi, lo aspettavo io. In piedi sul marciapiede con la cartella e il cuore fermo nella gola a chiedermi dov’era, a contare gli istanti, i più lunghi della mia vita. Le altre bambine serene con le mani intrecciate nelle mani delle madri, delle nonne, dei fratelli più grandi. Io invece credevo sempre di rimanere lì inchiodata di fronte alla scuola e di essere dimenticata da mio padre e mia madre che non erano riusciti a mettersi d’accordo su chi venisse a prendermi.

Certe volte lui arrivava con la sua amica Teresa e sua figlia. Quando c’era lei io ero costretta a giocare con la bambina che era  molto più piccola di me, e che odiavo terribilmente. Mi portava via le attenzioni di mio padre e per di più siccome io ero la più grande dovevo anche curarla, avere la responsabilità ecc. Mio padre chiacchierava sempre con questa Teresa che era molto carina e gentile con me, bionda e con la riga in mezzo, i capelli morbidi dietro le orecchie, ma che io non capivo mai perché non presentasse alla mamma. Non capivo perché improvvisamente lo sentivo vicino e poi di nuovo lontanissimo.

Quel giorno di scuola quando lo vidi arrivare sorrideva come un bambino, sembrava molto felice, ed era da solo. Era bello con i capelli neri, e gli occhi grigio-verdi, quegli occhi malinconici e sognanti che sembravano cercare mete lontane e viaggi interstellari, e poi era magro e aveva camicie colorate che aveva comprato nei suoi viaggi in India da giovane. Era più bello di tutti gli altri papà , lo pensavo ogni volta quando orgogliosa lo mostravo alle amiche, che avevano papà grassi e magari grigi con gli occhiali, mio padre non era mai grigio.

Era arrivato prima di me davanti alla scuola quel giorno ed i suoi occhi ridevano come il sole, io in auto mi sentivo tranquilla e beata da sola con lui e mi ero voltata con la testa a guardare il portapacchi e ad osservare curiosa un regalo avvolto con la carta colorata rossa, “ per chi è questo regalo?” avevo domandato “ E’ per una bambina tanto carina” aveva risposto calmo. Io subito mi ero ingelosita pensando alla figlia di Teresa e avevo messo il broncio, ma solo dopo ho capito che quella bambina in verità ero io e la felicità é stata così grande che ancora me ne ricordo. Erano quelli i momenti in cui amavo mio padre così tanto da non riuscire a pensare a nient’altro; come un’innamorata mi chiudevo nella nostra casetta il sabato sera, e lui cucinava per me. Quando era di buonumore mi dedicava tutta l’attenzione di cui avevo bisogno, andavamo all’Ikea il sabato pomeriggio per arredare la sua nuova casa, e l’Ikea era appena arrivata in Italia; lui mi diceva che in Svezia erano più avanti di noi perché con tutto il legno che avevano potevano fare tanti mobili e farli così smontabili era come un grande gioco. A me piaceva un sacco montare i mobili con lui, mettevamo tutte le viti per terra, e le tavole di legno e costruivamo oggetti meravigliosi ed era come un gioco grande, come il lego ma a misura dei grandi, e il tempo era eterno, e la sua casa diventava come un piccolo nido caldo, un nido ogni volta da dover lasciare, perché poi il mondo reale mi aspettava fuori dalla porta.

Lui mi riportava a casa da mia mamma, la domenica sera ed io tornavo nell’altro nido. I distacchi erano sempre bruschi e molte volte piangevo quando ero nella mia stanza a letto. Davanti a lui non piangevo mai, ero forte, uscivo dalla macchina senza voltarmi indietro e avanzavo da sola nel cortile con le gambe che mi tremavano. Non capivo mai perché non salisse a salutare la mamma, non capivo nemmeno mai perché non salisse con me e si fermasse a casa con noi, non gli chiedevo domande, tacevo, e forse non me lo chiedevo nemmeno più io il motivo. Il mio cuore si arenava nella gola, e i pensieri si arrestavano, sapevo solo assorbire la bolla rosa che scoppiava facendo un gran rumore sul mio petto, e mai sapevo quando quella bolla si sarebbe nuovamente ricreata.

Il lunedì mattina andavo a scuola e dimenticavo tutto un’altra volta, la sua mancanza, l’Ikea, le risate, il suo volto e i suoi occhi verdi non erano in casa con noi in settimana, quindi io non volevo più ricordarli né sapere se esistevano ancora da qualche parte del mondo. Quando lui telefonava la sera sapeva sentire solo i miei tiepidi e freddi  monosillabi, e da lì si convinse, credendo alla mia facciata esterna, della mia freddezza e del mio poco amore nei suoi confronti e questo gelo rimase consolidato nel nostro sangue per tutti gli anni a venire.

 

Anna Elisa Albanese 

 

Mio padre. 1977


Immagine 1: quadro di Richard Burlet



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